Sciopero Medici Generali

fimmgOggi e domani (8 e 9 Novembre 2017) i medici di base sono in sciopero. Il volantino diffuso in occasione dello sciopero evidenzia il nodo economico: la politica generale consiste nel ridurre le spese generali, spostare l’assistenza dall’ospedale al territorio, ridurre gli esami specialistici, controllare sempre più analiticamente le spese e l’adeguatezza.

I sindacati medici fanno il loro mestiere ma la domanda resta: a prescindere dal mulino a cui vogliamo portare l’acqua, se ne abbiamo poca il mulino gira poco. Possiamo togliere carico di lavoro agli ospedali e spostarlo sul territorio o viceversa, ma quando le risorse non ci sono la logica conseguenza è che si chiede di lavorare di più con la stessa retribuzione.

Quello che noi sappiamo è che il modello di assistenza universale è in crisi: quel modello pensato da Mussolini nel 1929 e attuato con la 833 del 1978, si basa sulla contribuzione universale e sull’assistenza universale. Tutti pagano e tutti sono assistiti. Il pagamento delle prestazioni attraverso un terzo (lo stato, le regioni) implica almeno due fattori: le spese connesse con il processo di prelievo (tasse) e quello di retribuzione, cioè tutto l’apparato burocratico il quale rappresenta una voce non trascurabile nel bilancio finale. Dall’altro l’assistenza gratuita (in apparenza, pagata a priori bisognerebbe dire) favorisce un aumento di richiesta di prestazioni.

L’allungamento della vita media e la diminuzione relativa della forza lavoro attiva e dei contribuenti sono fattori aggiuntivi che aggravano la crisi di quel sistema che sarebbe comunque insostenibile in sé.

Alla fine allora, al di là della politica sindacale e sanitaria, c’è una possibile via d’uscita? A parte il fallimento definitivo della sanità pubblica e il passaggio a quella privata senza alcuna correzione, l’unica via d’uscita pensabile è la fine dell’assistenza universale. Il che non significa fine dell’assistenza pubblica, ma un modello nel quale solo le classi meno abbienti possono contare sull’assistenza pubblica, tutte le altre dovranno passare al privato.

Per quanto poco simpatica, è l’unica soluzione possibile alla lunga. In definitiva i più ricchi pagheranno l’assistenza per i più poveri e tutti gli altri si arrangeranno. Si apriranno chiaramente dei fronti di conflitto (quale sarà il reddito massimo per usufruire della sanità pubblica? quale sarà la tassazione per la sanità in relazione al reddito?) ma i conflitti non impediscono la sopravvivenza del sistema. La sopravvivenza è compromessa da meccanismi interni insostenibili. A prova di smentita.

Dal punto di vista odontoiatrico attualmente la grande maggioranza dell’assistenza è privata con una piccola percentuale pubblica. Ci sono spinte per garantire livelli di assistenza essenziali, discussioni sul reddito massimo per usufruirne e altro ancora. L’odontoiatria privata è in difficoltà per molte ragioni, perciò molti professionisti vedono il pubblico come una possibile isola felice dalla quale sono bandite le preoccupazioni quotidiane per far quadrare il bilancio tra le faticate entrate e le galoppanti spese. A coloro che ragionano in questo modo vorremmo suggerire di dare un occhio a quello che sta succedendo ai medici di base. Possiamo invidiare la forza dei loro sindacati, lo stipendio sicuro a fine mese, e qualcosa altro ancora. Ma la realtà è che si tratta di una professione al crepuscolo: la medicina di base non ha futuro. Non sappiamo come ne usciranno, ma è evidente che lo stato non ha le risorse per andare avanti ancora a lungo in quella direzione. Tra scioperi indetti e minacciati, possono rinviare la resa dei conti, ma non eliminarla dal loro orizzonte.

Se loro sono al crepuscolo, vogliamo entrarvi noi che già si fa sera?

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